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In questi anni abbiamo corso così velocemente che dobbiamo ora fermarci perché la nostra anima possa raggiungerci (Michael Ende). Fa scorrere il dito sul mappamondo di legno e pensa ai molti confini che non ha ancora attraversato (da ROSSO ISTANBUL di Ferzan Ozpetek)

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Il compito attuale dell'Arte è di introdurre caos nell'ordine (Theodor W. Adorno). Tutto il mondo è povero senza i colori (dal film 'Aspromonte, la terra degli ultimi').

76. MAGNIFICA HUMANITAS: LA DIGNITA' DELLA PERSONA NELL'ERA DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE


La pubblicazione della Magnifica Humanitas, prima enciclica di Papa Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026, si colloca in un passaggio storico di particolare rilievo. Il documento, dedicato alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, affronta una delle questioni più decisive della contemporaneità: il rapporto tra sviluppo tecnologico, dignità umana, libertà morale e responsabilità sociale. Non si tratta di un intervento circoscritto all’ambito tecnico o di una semplice riflessione etica sull’uso degli strumenti digitali. L’enciclica si presenta piuttosto come un atto di discernimento antropologico, sociale e teologico, volto a interrogare le trasformazioni profonde introdotte dall’intelligenza artificiale nella vita individuale e collettiva. La scelta della data non appare casuale. Il 15 maggio 1891 Leone XIII promulgava la Rerum Novarum, testo fondativo della moderna dottrina sociale della Chiesa, nato dinanzi agli effetti della rivoluzione industriale, alla questione operaia e alla trasformazione del lavoro prodotta dalla macchina. A centotrentacinque anni di distanza, Leone XIV si confronta con nuove res novae: non più soltanto macchine capaci di sostituire la forza fisica dell’uomo, ma sistemi algoritmici in grado di incidere sui processi cognitivi, sulle decisioni pubbliche, sulla formazione dell’opinione, sull’organizzazione del lavoro e persino sulla percezione che l’uomo ha di sé stesso. In questa prospettiva, la Magnifica Humanitas si inserisce in una linea di continuità con la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum alla Gaudium et Spes, fino alla riflessione sull’ecologia integrale proposta dalla Laudato si’. Il suo contributo specifico consiste nell’applicare i principi permanenti della dignità della persona, del bene comune, della solidarietà e della responsabilità morale a un contesto nuovo, dominato dalla potenza crescente dell’intelligenza artificiale e dalla concentrazione globale delle infrastrutture digitali. Un punto essenziale dell’enciclica è la distinzione tra tecnologia e paradigma tecnocratico. La tecnologia non viene condannata in sé. Essa è riconosciuta come espressione dell’ingegno umano, come possibilità di progresso, come strumento capace di ampliare le capacità dell’uomo e di favorire forme nuove di conoscenza, cooperazione e cura. Il problema nasce quando la tecnica cessa di essere mezzo e tende a diventare criterio assoluto di giudizio. È questo il nucleo del paradigma tecnocratico: la riduzione della realtà a ciò che è misurabile, calcolabile, ottimizzabile; la subordinazione della decisione morale alla logica dell’efficienza; la trasformazione della persona in dato, profilo, funzione o variabile economica. L’enciclica coglie qui uno dei rischi più insidiosi dell’epoca algoritmica. L’intelligenza artificiale viene spesso percepita come una realtà immateriale, quasi neutra, collocata in uno spazio astratto e invisibile. In realtà, essa poggia su infrastrutture materiali imponenti, su un elevato consumo energetico, sull’estrazione di risorse naturali, sulla raccolta massiva di dati e sul lavoro, talvolta invisibile e precario, di moltitudini di persone. L’algoritmo, dunque, non è mai un’entità innocente o disincarnata. Esso riflette modelli economici, rapporti di potere, scelte politiche, priorità culturali. Per questo la questione dell’intelligenza artificiale non può essere affidata esclusivamente agli specialisti della tecnica o agli interessi delle grandi piattaforme globali. Particolarmente significativa è anche la critica al transumanismo, inteso come progetto di superamento radicale della condizione umana attraverso la fusione tra corpo, mente e tecnologia. La Magnifica Humanitas non respinge il progresso scientifico né le applicazioni terapeutiche della ricerca tecnologica. Essa contesta, piuttosto, l’idea che la salvezza dell’uomo consista nella cancellazione della vulnerabilità, del limite, della fragilità biologica e relazionale. In tale prospettiva, la vulnerabilità non è un difetto da eliminare, ma una dimensione costitutiva dell’umano. L’uomo non è pienamente sé stesso quando diventa invulnerabile o illimitato, ma quando riconosce la propria dipendenza, la propria apertura all’altro, la propria responsabilità nei confronti del prossimo. Il documento articola questa tensione attraverso una potente opposizione simbolica: Babele e Gerusalemme. Babele rappresenta l’idolatria della tecnica, la superbia dell’autosufficienza, la volontà di costruire un ordine umano fondato sull’omologazione, sul controllo e sulla potenza. Nell’epoca digitale, Babele assume la forma del colonialismo dei dati, della concentrazione del potere informativo, della riduzione delle differenze culturali a schemi computabili e commercializzabili. Gerusalemme, al contrario, indica una città fondata sulla relazione, sulla corresponsabilità, sulla custodia delle differenze e sull’orientamento al bene comune. La vera alternativa, dunque, non è tra accettare o rifiutare l’intelligenza artificiale, ma tra due modi opposti di orientarla: verso il dominio o verso la comunione, verso l’efficienza disumanizzante o verso la promozione integrale della persona. Da questa impostazione discende una riflessione concreta su tre ambiti fondamentali: verità, lavoro e libertà. Il primo riguarda la verità in un ecosistema comunicativo sempre più esposto alla produzione artificiale di contenuti, alla manipolazione delle immagini, alla disinformazione automatizzata e alla confusione tra reale e verosimile. La risposta non può limitarsi alla censura o al controllo tecnico delle piattaforme. È necessaria una nuova educazione critica, capace di formare cittadini consapevoli, in grado di distinguere, valutare, verificare e assumersi la responsabilità del proprio giudizio. Il secondo ambito è quello del lavoro. L’intelligenza artificiale può liberare energie, alleggerire mansioni ripetitive, migliorare processi produttivi e servizi. Tuttavia, se governata esclusivamente dalla logica della riduzione dei costi, essa rischia di generare nuove esclusioni, nuove precarietà e nuovi “scartati” sociali. Il lavoro non è soltanto produzione di valore economico; è anche luogo di dignità, relazione, riconoscimento e partecipazione alla vita sociale. Ogni innovazione tecnologica che dimentichi questa dimensione finisce per impoverire non solo il lavoratore, ma l’intero tessuto civile. Il terzo ambito è la libertà. La profilazione algoritmica, la raccolta permanente di dati, la personalizzazione opaca dei contenuti e la dipendenza digitale possono restringere progressivamente lo spazio della decisione autonoma. Quando l’algoritmo anticipa desideri, orienta preferenze, seleziona informazioni e condiziona comportamenti, la libertà rischia di trasformarsi in una scelta apparente all’interno di possibilità già predisposte. Da qui il monito centrale: non lasciare che siano gli algoritmi a scrivere la storia dell’uomo. L’intelligenza artificiale può assistere, suggerire, ordinare, accelerare; non può però sostituirsi alla coscienza morale, né diventare il soggetto ultimo della decisione. In tale contesto assume particolare rilievo l’espressione “disarmare l’intelligenza artificiale”. Non si tratta di arrestare lo sviluppo tecnologico o di proporre una fuga regressiva dalla modernità. “Disarmare” significa sottrarre l’intelligenza artificiale alla logica del dominio, del monopolio, della sorveglianza e della competizione incontrollata. Significa renderla trasparente, discutibile, regolabile, democraticamente verificabile. Un’intelligenza artificiale disarmata è una tecnologia ricondotta alla sua natura propria: non un potere sovraordinato all’uomo, ma uno strumento posto al servizio della persona, della giustizia e del bene comune. Le implicazioni geopolitiche dell’enciclica sono evidenti. L’intelligenza artificiale non è soltanto questione di mercato, innovazione o produttività. Essa incide sugli equilibri internazionali, sulle strategie militari, sulla sicurezza, sulla diplomazia e sulla possibilità stessa della pace. L’uso di sistemi autonomi in ambito bellico, la delega di decisioni letali a dispositivi automatizzati e la competizione tra potenze per il controllo delle infrastrutture digitali mostrano quanto sia urgente un quadro etico e politico condiviso. In assenza di tale quadro, la tecnologia rischia di essere assorbita dalla cultura della potenza. L’alternativa proposta dalla Magnifica Humanitas è quella di una civiltà dell’amore. L’espressione potrebbe apparire, a una lettura superficiale, idealistica o meramente spirituale. In realtà, nel contesto dell’enciclica, essa indica un criterio politico e sociale molto concreto: subordinare l’efficienza tecnica al giudizio umano; anteporre la tutela della vita alla logica della prestazione; ricostruire legami di fiducia in un mondo attraversato da polarizzazione, paura e disumanizzazione. La civiltà dell’amore non nega il conflitto né la complessità della storia, ma afferma che nessun progresso può essere considerato autentico se ottenuto al prezzo della dignità della persona. Da qui derivano alcune indicazioni operative: disarmare le parole, assumere lo sguardo delle vittime, rilanciare il multilateralismo e la diplomazia. Disarmare le parole significa contrastare i linguaggi che degradano l’avversario a nemico, che trasformano il dissenso in odio, che preparano culturalmente l’esclusione e la violenza. Assumere lo sguardo delle vittime significa chiedersi chi paghi realmente il prezzo del progresso tecnologico: lavoratori invisibili, popolazioni sfruttate, soggetti esclusi, persone ridotte a dati o a consumatori. Rilanciare il multilateralismo significa riconoscere che la governance dell’intelligenza artificiale non può essere lasciata né al mercato globale né alla competizione solitaria degli Stati, ma richiede istituzioni, regole e responsabilità condivise. La grande questione posta dalla Magnifica Humanitas è dunque eminentemente antropologica. La sfida dell’intelligenza artificiale non riguarda soltanto ciò che le macchine potranno fare, ma ciò che l’uomo intende diventare affidandosi a esse. Il problema non è l’intelligenza artificiale in quanto tale, ma la possibilità che l’uomo abdichi alla propria responsabilità, consegnando alla tecnica il compito di decidere, giudicare, selezionare, includere o escludere. Per questo l’enciclica non invita alla paura, ma alla vigilanza; non propone il rifiuto della modernità, ma il suo orientamento etico; non demonizza l’innovazione, ma chiede che essa sia ricondotta alla misura dell’umano. Davanti alla potenza degli algoritmi, la domanda decisiva non è se la tecnologia sarà sempre più efficiente, ma se l’uomo saprà restare umano. È in questa domanda che si concentra il nucleo più profondo della Magnifica Humanitas: costruire una nuova Babele, tecnicamente perfetta ma spiritualmente deserta, oppure edificare una Gerusalemme possibile, nella quale l’intelligenza artificiale non sostituisca la persona, ma contribuisca a custodirne la dignità.

L’Umbro (Roberto Rapaccini)